COMUNE DI LIPARI

Da sempre la tradizione ecclesiastica locale ci propone il 13 di febbraio dell'anno di grazia 264 come la data dell'arrivo del corpo santo a Portinente di Lipari. Ma purtroppo non abbiamo i necessari supporti documentari per accettare in toto codesta data. Tuttavia, ritroviamo che il vescovo francese S. Gregorio di Tours - vissuto all'incirca tra il 538 e il 594 - appare ben informato del solido nesso - "storico", potremmo dire - che s'era stabilito tra S. Bartolomeo e l'isola di Lipari. Così egli scriveva in proposito: "La storia della sua passione narra che Bartolomeo Apostolo subì il martirio in terra d'Asia. Dopo molti anni della sua passione, essendo sopraggiunta una nuova persecuzione contro i Cristiani, e vedendo i pagani che tutto il popolo accorreva al suo sepolcro e a lui offriva preghiere ed incensi,spinti dall'odio portarono via il suo corpo e, postolo in un sarcofago di piombo, lo gettarono in mare dicendo: perché tu non abbia più ad allettare il nostro popolo. Ma, con l'intervento della provvidenza di Dio, nel segreto delle sue operazioni, il sarcofago di piombo, sostenuto dalle acque che lo portavano, da quel luogo fu traslato ad un'isoletta detta Lipari. Ne fu fatta rivelazione ai cristiani perché lo raccogliessero: raccolto e sepoltolo, su quel corpo edificarono un gran tempio. In esso è ora invocato e manifesta di giovare a molte genti con le sue virtù e le sue grazie".
 

C'era dunque in Lipari - già nel sec. VI - una tradizione relativa all'approdo del sacro corpo; c'era un gran tempio elevato in onore del Protettore; e c'era pure un certo movimento di pellegrini forestieri che qui venivano a sperimentare le "virtù" e le "grazie" di quelle spoglie taumaturgiche. Dire che la devozione a S. Bartolomeo e questa forma di primitivo "turismo" risalissero all'anno 264, sarebbe forse azzardato. Tuttavia, rimane un fatto incontestabile che le cose in Lipari stavano proprio così da molto tempo, assai prima che Gregorio di Tours facesse quell'annotazione nel suo
Libri Miraculorum.

Tra il 200 e il 250 gravò sulla Capitale la cosidetta crisi dell'anarchia militare. Bisogna ora sapere che codesta «anarchia» non fu soltanto militare, bensì, più generalmente, investì tutti i settori della vita economica e amministrativa e gran parte degli antichi valori civili e istituzionali dell'Impero. In siffatta atmosfera, calda di fermenti politici e sociali, il Cristianesimo poté fare il suo primo balzo, massiccio e trionfale, all'interno del mondo pagano e, in special modo, in Sicilia e lungo le coste tirreniche della nostra Penisola. Era proprio in queste aree che, per via dei frequenti approdi, si faceva maggiormente sentire l'influenza del già adulto Cristianesimo dell'Asia Minore. Il fenomeno toccò Siracusa, Catania, Taormina, Messina, Reggio, Lipari, Vibo Valentia, Pozzuoli, Napoli e Ostia. Tutto questo impensierì le sfere responsabili di Roma che non riconoscevano più la faccia dei sudditi; a tal punto che l'imperatore Decio non poté fare a meno di indire, nel 249, una persecuzione in grande stile, la più intelligente, la più capillare e repressiva che mai s'era avuta in passato. Ed imperversò, la persecuzione, anche sotto il successore Valeriano, sino al 258. Ritenuti responsabili assoluti di così nefasta trasformazione sociale, i cristiani dovevano essere eliminati senza pietà. Addirittura si ordinò che i cittadini dell'Impero circolassero muniti di una speciale tessera (si diceva libellus) in cui veniva dichiarato, previo un effettivo accertamento di prova, che il detentore aveva sacrificato alle divinità ufficiali dello Stato e aveva bruciato l'incenso davanti all'effige dell'Imperatore. L'impatto con la persecuzione trovò impreparate le masse cristiane che, cresciute all'insegna dell'improvvisazione, spesso risultavano eterogenee; accanto ai cristiani di autentica convinzione c'erano di quelli che alla nuova fede avevano aderito quasi per istinto di conservatorismo. Contenere le defezioni e confermare i fratelli nella fede. Questa fu la parola d'ordine e la reazione spontanea della Chiesa perseguitata. E allora s'incominciò ad esaltare il gesto del martirio e la personalità dei Martiri, di coloro, cioè, che col sacrificio della vita avevano saputo testimoniare la loro fedeltà al Cristo. Martire vuoI dire appunto testimonio.
 

Ai Martiri si attribuì l'appellativo di «Santo», titolo che da prima si conveniva soltanto alle persone della Triade divina; sul piano dell'iconografia, ad essi si pose nella mano destra la palma del trionfo, e, sul capo, la corona della gloria. Tutto ciò mirava ad esternare il convincimento che alla fine del mondo e al momento della resurrezione della carne, essi, i Santi Martiri, sarebbero stati solleciti nel risveglio e i primi ad essere ammessi alla visione beatifica senza dover subire l'angosciosa ansia del giudizio di Dio.
Ed ecco che, proprio in quegli anni di persecuzione e in quelli di relativa tregua che seguirono con l'imperatore Gallieno (259-268), ci fu la rincorsa all'accaparramento, nei cimiteri pubblici e privati, dei loculi che fossero contigui alle sepolture dei Martiri. In codeste operazioni si arrivò ad investire fior di quattrini. Ma ne valeva la pena: allo squillare delle angeliche trombe, il Martire si sarebbe levato al cielo trascinando con sè il grappolo dei suoi affezionati devoti. E, giacche non era dato a tutti il comodo e il privilegio di avere un Martire ad uso personale ed esclusivo, si fece strada un'altra credenza: che un Martire solo, purché ufficialmente adottato a Protettore dei cristiani di un determinato territorio, avrebbe esercitato gli stessi poteri salvifici a vantaggio dell'intera collettività.
La comunità cristiana di Lipari fu una delle prime, in Occidente, ad aprirsi al culto dei Martiri, ad esigere un Tutelare tutto per se e ad assicurarsene la presenza fisica in loco attraverso l'appropriazione delle sue spoglie mortali. I Liparei non avevano martiri concittadini da onorare (come quelli di Catania che nel 251 adottarono la loro S. Agata, o come quelli di Cartagine che nel 258 riportarono in città il corpo del santo vescovo Cipriano), e perciò ripiegarono su uno degli Apostoli di Gesù. Ed era anche questo un motivo di vanto, perché, tutto sommato, un Apostolo era considerato martire in sommo grado e per essere egli stato un testimone diretto delle opere del Maestro e per avere accettato, in nome di Lui, l'estremo olocausto di se.
 
Prescindendo dai SS. Pietro e Paolo - che di già i Romani tenevano in «proprietà» esclusiva -, la preferenza dei Liparei non potè non cadere che su S. Bartolomeo. E la ragione è quanto mai ovvia: tra tutti gli altri Apostoli, S. Bartolomeo dovette avere esercitato un'attività così eccezionalmente feconda e avventurosa e, inoltre, gli era toccata una morte così disumana e complessa che si finì col non sapere più in quali regioni egli avesse realmente predicato e in che maniera fosse stato martirizzato. Fu decapitato? Fu condannato al rogo? Fu decoriato vivo? Una sola cosa si può affermare: che la vocazione e la dedizione di S. Bartolomeo al servizio del suo Signore dovette essere di tal fervore e di tale compiutezza che il suo apostolato destò vivissima ammirazione tra i primitivi fedeli e la sua figura di martire piacque oltre ogni dire. Si potrebbe aggiungere che con ogni probabilità fu anche un certo orgoglio isolano e un certo spirito corporativistico che guidò i fedeli di Lipari alla scelta di questo Santo. Forse i Liparei di allora, quasi tutti uomini di mare, subirono il fascino del nome, un nome che in aramaico-siriaco suonava Nathanael Bar-Tholmài e la cui significazione era questa: Dono di Dio, figlio di colui che smuove le acque. Non poteva non essere pure Lui dotato dei medesimi poteri di dominio sulle forze cieche della natura.
Comunque siamo in presenza di una vicenda troppo lontana nel tempo e troppo oscura perché oggi si possa formulare un sereno giudizio sull'autenticità o meno di quella reliquia. Oltretutto, va considerato un altro aspetto del costume di quel tempo: nella seconda metà del III secolo le richieste dei corpi santi diventarono tantissime e così pressanti che, quasi per naturale conseguenza, emerse allora, e s'infittì ben presto, la trista genìa dei sofisticatori e dei profittatori pronti a spacciare ossature integre o frammentate - teste, mani, piedi, clavicole e mascelle - attribuite ad Apostoli, ad Evangelisti, a martiri ed anacoreti. Il tempo e la labilità della memoria umana fecero il resto. Sul vergine sostrato storico del fatto l'ingenua religiosità e la vivace fantasia del nostro popolo venne via via innestando quelle sovrastrutture miracolistiche (la cassa di pietra galleggiante, la difficoltà di tirarla a secco ecc.) di cui nel sec. IX parlò S. Teodoro Studita e che tutti conosciamo.
 
Una brutta sorpresa ebbero i Liparei del VI secolo. Nel mentre S. Gregorio di Tours dava per certo che i resti mortali di S. Bartolomeo si veneravano nell'isola di Lipari, si venne a sapere che altri scrittori sostenevano il contrario. Teodoro Lettore assicurava che il sacro corpo riposava a Dàrae, in Mesopotamia, e Vittore di Capua dal canto suo attestava che esso si trovava in Frigia. Evidentemente stavano venendo al pettine i nodi dei precedenti abusi e di tanta superficialità. Come abbiano reagito i Liparei non lo sappiamo. Sappiamo però che verso il 592 papa Gregorio Magno {che fu il primo pontefice a tentare di mettere ordine nell'ingarbugliato settore delle reliquie) destituì il vescovo di Lipari Agatone II. E assai probabile - sostiene il prof. Bernabò Brea - che il nostro vescovo sia stato punito per aver manifestato «uno spirito di eccessiva iniziativa ed indipendenza» nei confronti della Curia Romana che in fatto di culto e di reliquie di Santi la pensava diversamente. L'episodio finì lì. Resta comunque il fatto che tutte le fonti letterarie dei secoli successivi, concernenti il culto di S. Bartolomeo, indicano costantemente l'isola di Lipari come meta terminale della prima traslazione. E non poteva essere che così. Perché, anche dopo che nell'838 le spoglie di Lui ci vennero sottratte dai Beneventani, il popolo di Lipari restò fedelissimo alla memoria dell'antico Protettore, e la sua chiesa cattedrale divenne un punto di riferimento non soltanto religioso, ma anche di aggregazione sociale. Pure quando lo sgomento dell'aspettazione della fine del mondo svanì, pare che Gli si facesse intendere che qui c'erano ancora validissime ragioni perché Egli restasse a tutela della città e delle isole.